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venerdì 4 aprile 2014

Il Salotto di Iside

Novita!!


Nuovo Pagan Moot a S. Ilario d'Enza (RE)
http://i58.photobucket.com/albums/g250/clajames/strega.gif 

L’incontro si svolgerà ogni 2° Giovedì del mese a partire dal 10 Aprile 2014, alle ore 21.00 presso Villa Giulia, Via Roma, 18 - Sant’Ilario d’Enza (RE).
Sala al primo piano.

Per chi dovesse trovarsi nei paraggi, ed è interessato, io consiglio di farci un salto... ;)

Il “Salotto di Iside” nasce dalla volontà di condividere pensieri ed esperienze personali riguardanti l’esoterismo e la spiritualità, in modo amichevole e conviviale. Quello che ha spinto l’associazione Artès ad organizzare queste serate è il voler costruire insieme un punto d’incontro per le persone che vorrebbero parlare in libertà della loro ricerca spirituale, senza i giudizi e i problemi che si riscontrano ogni giorno nella vita quotidiana.



sabato 16 marzo 2013

I Cerchi delle Fate


Passeggiando nei  boschi non vi è mai capitato di incontrare dei cerchi di teneri funghetti dal sapore magico e chiedervi come si siano creati? Questi sono i Cerchi delle Fate.


Ma che cosa sono i cerchi delle fate?

Sono cerchi formati fate ed elfi che si divertono a danzare per tutta la notte. È per questo che l’erba al suo interno appare come consumata dal lungo calpestìo dei piedini fatati. Occorre davvero molto tempo, anche secoli, perché un cerchio si formi nella radura di un bosco, ma nel Regno delle Fate il tempo trascorre in modo diverso di quanto accade da noi, infatti quella che per le Fate appare una sola notte di danze sfrenate può essere in realtà un tempo lungo cent’anni ai nostri occhi.


Riporto ora una leggenda irlandese tratta dal libro  “Leprechaun Tales” di Yvonne Carroll:

Niamh era una dolce bambina che abitava nella campagna irlandese con i genitori e il fratellino minore, Liam. Da un po' di tempo le capitava una cosa strana: di notte era svegliata dalla musica trascinante di un flauto, accompagnato da tanti altri strumenti che creavano una melodia meravigliosa, mai udita prima.
Una notte, decise di seguire il suono.
Il fratellino Liam la udì mentre si alzava e tentò di fermarla, ricordando le raccomandazioni dei genitori sui pericoli che si celano nel bosco, ma Niamh voleva assolutamente scoprire da dove provenisse la melodia. Allora il fratellino decise di seguirla.
Si inoltrarono nel bosco, fino ad arrivare in una radura, illuminata da centinaia di candele. Con stupore videro fate e folletti danzare in cerchio, seguendo il ritmo di un flauto d'argento suonato da una bellissima ninfa. 
In sottofondo, si poteva udire il suono di violini, banjo a quattro corde, chitarre ed arpe.
Niamh non poté trattenersi: si sciolse dalla stretta del fratello e a passo di danza si unì al cerchio delle fate. Liam la chiamò e chiamò, cercando di convincerla a uscire dal cerchio. Ma ad un certo punto una luce abbagliante avvolse gli esseri fatati e Niamh, finché scomparvero tutti in un pulviscolo di stelle.
Le ricerche della bambina durarono per molto tempo, ma non ottennero risultati. Finché, vent'anni dopo, Liam  tornò nostalgicamente in quel luogo, in cui era ancora visibile il cerchio di erba calpestata. Proprio in quel momento si sentì chiamare: 
"Liam, Liam! Sei tu? Avrò danzato per venti minuti, ormai, è ora di tornare a casa da mamma e papà".
Liam guardò quella bambina in camicia da notte con le lacrime agli occhi: "Niamh, sei proprio tu! Non hai danzato per venti minuti... ma per vent'anni!"


mercoledì 13 marzo 2013

La Quercia e il Tiglio - la storia d'amore di Filemone e Bauci


Vi riporto ora una stupenda storia di rispetto e di amore che dedico al mio compagno di vita, con il vero desiderio di essere per sempre come il Tiglio e la Quercia della storia, due alberi da un unico tronco coi rami intrecciati.



Trama (*):


Un giorno‚ Zeus ed Ermes scesero sulla Terra per vedere come vivessero gli uomini. Travestiti da mendicanti, i due Dei bussarono alla porta di molte case, ma nessuno voleva dare loro cibo, nessuno si offriva di ospitarli. Alla fine‚ arrivarono davanti a una piccola capanna col tetto di paglia e canne, situata nella Frigia, una regione dell’Asia minore. Quando i due finti mendicanti bussarono alla porta, vennero accolti da un’anziana coppia di sposi: Filemone e Bauci. I due vecchietti divisero con gli dei il loro modesto pasto: qualche uovo, legumi, miele e un po’ di vino.

Mentre mangiavano accadde però un fatto strano: la giara che conteneva il vino sembrava non svuotarsi mai. I coniugi, accortisi che i loro ospiti non erano comuni mortali, si scusarono per il misero pasto e proposero di cucinare la loro unica oca che faceva la guardia alla capanna. Siccome Filemone e Bauci erano anziani, non riuscirono ad afferrare l’oca. Zeus ed Ermes commossi dalla bontà dei due sposi, rivelarono la loro identità; dissero che dappertutto erano stati accolti male da persone senza cuore e aggiunsero che se ne sarebbero vendicati, mentre loro sarebbero stati ricompensati. I due Dei chiesero alla coppia di accompagnarli fino in cima ad una collina‚ che si trovava nelle vicinanze. Gli anziani coniugi seguirono le divinità e videro tutto il paese inondato da una pioggia torrenziale. Sotto i loro occhi la misera capanna si trasformò in un tempio dalle colonne di marmo con il tetto d’oro.

Zeus chiese ai due vecchietti quale fosse il loro più grande desiderio: essi risposero che avrebbero voluto vivere nel tempio del dio per custodire il suo santuario, ma lo pregarono di non essere mai separati, anche dopo la morte.
I due sposi morirono insieme: Filemone fu trasformato in quercia e Bauci in tiglio, due alberi dai rami intrecciati che spuntavano da un unico tronco.

PERSONAGGI:

Zeus : (il padre degli dei e degli uomini)
Ermes : (l’accompagnatore e messaggero)
Filemone: (marito e compagno di Bauci)
Bauci : (moglie e compagna di Filemone) 





FILEMONE E BAUCI

Come vecchiezza
avanti trascinasse‚
con Ermes giunse
il padre degli dei.

Qual seme fosse l’uomo
volea scoprire‚ 
sedendo alla sua mensa
e poi partire.

Ma ovunque si fermasse
era scacciato‚
qual ospite sgradito
era trattato.

Con l’ira che cresceva 
a dismisura‚
fermòssi a riposar
nella pianura.
A una povera capanna
egli bussò‚
dove una coppia
viveva con amore‚

gli fu aperto
ed tosto ei v’entrò‚
confortato dal sorriso
e dal gran cuore.

Di paglia era il tetto
e canne ai muri‚
ma luce rischiarò
i visi scuri:

divisero legumi 
il miele e il vino‚
mortificandosi
per tanta povertà‚

Filemone a Bauci
era vicino
ed ognuno gareggiava
per bontà.

L’oca‚ temendo allor
per la sua vita.
corse da Giove
a chiedere pietà

ed ei commosso
senza più indugiare
svelò ai due sposi
la sua identità.

-Ditemi dunque
figli miei diletti
qual premio posso dare
a voi quaggiù?-
-Nulla ci occorre
abbiamo il nostro amore‚
che ci fa ricchi
come voi lassù‚

sol di una cosa
potremmo esser grati‚
spegnerci insieme
come due fiati.

Noi non potremmo
sopportar l’attesa
di ricongiungerci
nel regno di Plutone‚

la sposa mia
è l’unica ragione
di questa e quella vita:
è la mia Giunone.

Acconsentì 
l’illustre commensale
e li condusse in alto
sopra un monte;

punì degli uomini
la poca umanità
e diede un grande premio
alla bontà:

dalla capanna
venne fuori un tempio
dalle colonne di marmo
e il tetto d’oro.

Da quel momento
fu la loro casa 
i custodi del luogo
furono loro.

Quando arrivò 
la fine della vita‚
divennero un sol tronco‚
con due chiome.

Ancora oggi‚quando soffia il vento
la quercia dice al tiglio‚
ogni momento‚
-Tu sei la vita‚sei il mio amore!-





______________________________
(*) Ovidio, Metamorfosi, VIII, 626-720


venerdì 23 novembre 2012

Il Titivilla (o Bosioncello)



Titivilla è uno spiritello burlone ma totalmente innocuo.
La sua specialità è mescolare le lettere dei manoscritti antichi rendendoli illeggibili.
Molti errori nei testi antichi sono il frutto di questo curioso esserino..
Nelle vecchie biblioteche è possibile ritrovarlo sotto le apparenze di un gatto nero. 
Sensibile e attento, Titivilla, non disdegna le carezze e le cure di un padrone amorevole. 
Non ho saputo stabilire con certezza quale sia l'identità reale di questo "mutaforma" (*). Talvolta è un folletto anziano e mingherlino..altre una meravigliosa ninfa con un mantello nero.
Ma chi può escludere che tutte queste non siano altre maschere?




(*) I MUTAFORMA
I "mutaforma" sono tutte quelle creature (la maggioranza) in grado di modificare il proprio aspetto al fine di mimetizzarsi. L'acuta osservazione della natura può presentare particolari sconcertanti..

Simpatica lumaca o folletto?



Tratto da:
Il Bosco Delle Fate - Marco Vuyet e Enzo Moretto


sabato 29 gennaio 2011

I Giorni della Merla

Ed eccoci arrivati nei cosiddetti Giorni della Merla.. 
Differenti sono le leggende su questi giorni, che variano da regione a regione ma anche da provincia a provincia, ma tutti concordano sul fatto che siano i tre giorni più freddi dell'anno..

Ma perchè proprio Giorni della Merla? 
Tutte le leggende parlano di una Merla che per ripararsi dal freddo si ripara al caldo di un camino, ecco perchè si chiamano così.. vi riposto ora la versione milanese della storia, la mia preferita:

"Gli ultimi tre giorni di gennaio, il 29, 30 e 31, capitò a Milano un inverno molto rigido. La neve aveva steso un candido tappeto su tutte le strade e i tetti della città. I protagonisti di questa storia sono un merlo, una merla e i loro tre figlioletti.....
Erano venuti in città sul finire dell'estate e avevano sistemato il loro rifugio su un alto albero nel cortile di un palazzo situato in Porta Nuova. Poi, per l'inverno, avevano trovato casa sotto una gronda al riparo dalla neve che in quell'anno era particolarmente abbondante.Il gelo rendeva difficile trovare le provvigioni per sfamarsi; il merlo volava da mattina a sera in cerca di becchime per la sua famiglia e perlustrava invano tutti i giardini, i cortili e i balconi dei dintorni. La neve copriva ogni briciola. Un giorno il merlo decise di volare ai confini di quella nevicata, per trovare un rifugio più mite per la sua famiglia. Intanto continuava a nevicare. La merla, per proteggere i merlottini intirizziti dal freddo, spostò il nido su un tetto vicino, dove fumava un comignolo da cui proveniva un po’ di tepore.Tre giorni durò il freddo. E tre giorni stette via il merlo. Quando tornò indietro, quasi non riconosceva più la consorte e i figlioletti erano diventati tutti neri per il fumo che emanava il camino. Nel primo dì di febbraio comparve finalmente un pallido sole e uscirono tutti dal nido invernale; anche il capofamiglia si era scurito a contatto con la fuliggine.Da allora i merli nacquero tutti neri; i merli bianchi diventarono un'eccezione di favola."

Questa è la versione "più dolce e romantica", almeno secondo il mio parere.
Vi riporto inoltre per ragioni di completezza le altre versioni:

Seconda versione:

I tre giorni della merla sono una tradizione che viene da lontano e che vuole che siano i tre giorni più freddi dell'inverno.
Tanto freddi che una merla, che allora aveva le piume bianche, intirizzita, ma al tempo stesso preoccupata per i suoi figlioletti, non trovò di meglio che andare a posarsi su un camino. Ci stette tre giorni, perché il gelo impediva persino di volare. Poi arrivò fortunatamente febbraio. Pallido fin che si vuole ma il sole riuscì a ridare vita e speranza. Merla e figlioletti poterono stirarsi, riaprire le ali e volare. I tre giorni sul camino però avevano prodotto una profonda trasformazione nel piumaggio, divenuto nero per la fuliggine, nero senza rimedio.
Da allora i merli nacquero tutti neri.

Terza versione:

Una volta i merli erano bianchi.
Un giorno per il troppo freddo uno entrò in un camino per scaldarsi e ne uscì dopo tre giorni tutto nero per la fuliggine. Due merli dalle candide piume, maschio e femmina , si ripararono per il freddo in un camino. Non avendo nulla da mangiare il maschio decise di uscire per cercare qualcosa. Dopo tre giorni tornò e trovando un uccello nero come il carbone, non riconobbe la sua merla e tornò indietro per cercarla. La merla, annerita per la fuliggine, nel frattempo morì di fame.

Quarta versione:

Il merlo e la merla si sposano alla fine di gennaio, al paese della sposa, oltre il Po. Dovrebbero riattraversarlo per tornare nella loro casa, ma si è fatto tardi e si fermano per due giorni presso dei parenti. La temperatura si abbassa molto. Merlo è costretto ad attraversare il Po ghiacciato, ma muore. Merla piange ed il suo lamento si sente ancora lungo il Po, nelle notti di fine gennaio.

Quinta versione:

Secondo la tradizione popolare gli ultimi tre giorni di gennaio coincidono con i tre giorni più freddi dell'inverno.
Tanto che perfino la Merla, che un tempo aveva il piumaggio bianco, per riscaldarsi andò a ripararsi in un camino.
Il suo manto divenne grigio per la fuliggine e da allora rimase di tale colore.



Felici e freddi giorni della Merla a tutti!

giovedì 23 dicembre 2010

Le origini di Babbo Natale

Una figura che viene subito alla mente pensando al Natale, è certamente quella di Babbo Natale. Quel panciuto nonno con la barba bianca che nella notte di Natale fa visita ai bambini per portar loro i doni che desiderano.

Ma la figura di Babbo Natale è più recente di quanto si possa credere.

In moltissime culture popolari esistono figure di folletti, spiriti o vecchietti che, ad un certo punto dell'anno, passano a premiare, o punire, i bambini a seconda di come si sono comportati durante l'anno.


Uno di questi personaggi, nel Nord Europa, era San Nicola.

San Nicola (270-310 d.C.), vescovo della città asiatica di Myra (nell'attuale Turchia), è ricordato nella tradizione cristiana come un uomo anziano, molto giusto, santo protettore dei bambini. Come vuole la storia del santo, san Nicola si impegnò ad aiutare un uomo e le sue tre figlie improvvisamente caduti in disgrazia. Non sapendo dove trovare la dote per maritare le tre giovani, si racconta che quel padre di famiglia avrebbe meditato di avviarle alla prostituzione. San Nicola decise allora di intervenire aiutando quell’uomo disperato con il dono provvidenziale di tre sacchi di denaro che introdusse per tre notti consecutive, attraverso il camino (ed ecco qui il mito del camino!), nella casa in cui le tre giovani dormivano, salvandole così da un terribile destino. Nell’antichità, il giorno della sua festa, celebrata il 6 gennaio (giorno della sua morte), i bambini bravi ricevevano dei doni, e si diceva che li portasse il santo stesso.

Questa tradizione si diffuse molto nel Nord Europa, e prese piede in Olanda, dove il nome del santo divenne Sinter Klaas.

Con l'emigrazione di molti olandesi nel Nuovo Mondo, la festa piano piano si diffuse in tutti gli Stati Uniti, divenendo la festa di Santa Claus.

Santa Claus perse molti dei tratti severi di San Nicola, e si trasformò in un buon uomo, vestito con abiti da vescovo che distribuiva doni durante la notte del 24 dicembre, e non più il 6 gennaio.                                                                      
Nel 1823, poi, uno scrittore americano, Clement C. Moore, decise di raccogliere tutte le leggende e le tradizioni legate alla figura di Santa Claus in un libro “A visit from St. Nicholaus”, in cui tratteggiava la persona di Santa come un elfo curioso che passava attraverso i caminetti e che giungeva nelle case grazie alla sua slitta volante tirata da 8 renne.

Questo libro, che ebbe una grandissima diffusione mondiale, influenzò moltissimo l'immagine che i bambini avevano di Santa Claus, ma soprattutto contribuì a diffonderne la credenza anche in Europa. 


L'origine vera e propria del Babbo Natale, come lo conosciamo noi, è però ancora posteriore, ed è dovuta al caricaturista americano Thomas Nast, che nel 1860 illustrò una vignetta su un giornale americano, disegnando Babbo Natale come un uomo (e non più un elfo), vestito di rosso con un vestito bordato di pelliccia bianca e con i pantaloni tenuti da una grossa cintura di pelle nera, che vive al polo Nord.

Quest'immagine piacque molto alla Coca Cola Company, che decise di utilizzarla per le sua campagne pubblicitarie in tutto il mondo. Così facendo la Coca Cola contribuì enormemente a diffondere l'immagine di Babbo Natale che noi conosciamo fin da bambini: il simpatico vecchietto, con le guance rosa, la panciona, gli stivali neri e la lunga barba bianca. 

Col passare del tempo si diffuse anche l'idea che Babbo Natale potesse esaudire i desideri dei bambini, portando loro ciò che più volevano, grazie alle lettere che questi gli avrebbero scritto.


Nel 1974, tre impiegati delle poste canadesi di Montreal, avendo notato la grande massa di lettere che arrivavano ogni anno per Babbo Natale, decisero di rispondere alle centinaia di bambini, dando vita alla vera e propria Posta di Babbo Natale. 

L'anno successivo ricevettero ancora più lettere, e poi sempre di più, tanto che nel 1983, le poste canadesi hanno indetto un servizio di posta speciale solo per Babbo Natale.

eccovi l'indirizzo “ufficiale” di Babbo Natale dove gnomi sempre indaffarati a preparare doni per i bambini buoni riescono anche a garantire una risposta a tutte le lettere:

Santa Claus
Post office, SF 96930 Rovaniemi, Finlandia


Per restare in tema ecco una canzone conosciutissima che parla di Santa Claus:

domenica 5 dicembre 2010

Gli Elementali

Un elementale è una creatura leggendaria. La parola è un aggettivo nato nell'ambito teosofico1, indicante la peculiare caratteristica di tale creatura di essere costituita da uno solo dei quattro elementi: acqua, aria, terra e fuoco. Per estensione, elementale è passato da aggettivo a sostantivo, così da indicare direttamente il tipo di creatura, e non solo la sua natura.
Vediamo ora, nello specifico, quali sono gli spiriti elementari:


GLI SPIRITI ELEMENTALI DELL'ELEMENTO FUOCO: LE SALAMANDRE
Le Salamandre, gli spiriti elementali del fuoco, sono le più forti e potenti fra tutti gli esseri elementali. Sono bellissime, agili e snelle e c'è chi le descrive come lingue di fuoco o come sfere luminose. Vivono nei pressi di vulcani attivi o in zone desertiche. Se invocate esse infondono coraggio e spingono all'azione, anche se si mostrano raramente agli esseri umani. Per evocarle l'ora migliore è quella del mezzogiorno ed è preferibile farlo muniti di acqua benedetta. 












GLI SPIRITI ELEMENTALI DELL'ELEMENTO 
ARIA: LE SILFIDI E LE VILLI
Spiriti dell'aria, creature evanescenti, le Silfidi vivono nel vento e si spostano con le correnti d'aria. Possono vivere anche mille anni mantenendo sempre un aspetto giovane. Aiutano gli uomini a sviluppare la creatività ma spesso sono ingannevoli. E' quindi preferibile portare con se un sasso abbastanza grande quando le si vuole evocare, al mattino presto e rivolti ad est, recandosi in luoghi notoriamente ventosi come le pianure o le alte montagne.
Le Villi invece sono spiriti della notte che vagano attorno ai cimiteri o ai crocevia. Le Villi hanno dei lunghi abiti bianchi e vaporosi e fanno impazzire gli uomini che trovano sul loro cammino condannandoli a danzare fino a fargli scoppiare il cuore. 







GLI SPIRITI ELEMENTALI DELL'ELEMENTO ACQUA: LE ONDINE O NINFEE
Vivono in fiumi, laghi, sorgenti, negli stagni e nelle cascate. Possono assumere l'aspetto della spuma che cavalca le onde o quello di luci luminosissime nei toni del blu o verde. A volte assumono anche le sembianze umane e sono raffigurate come creature per metà donne e per metà pesce come le mitiche sirene.
Sono giovani fanciulle diafane, con fiori e ghirlande nei capelli. Amano danzare, cantare, nuotare, filare e tessere sempre vicine al loro elemento naturale. Queste creature sono spesso pericolose perchè nessun uomo riesce a resistere al loro canto misterioso e alla loro bellezza. Una volta attirato il malcapitato vicino al mare, queste creature lo attirano a se affogandolo. I momenti migliori per vederle sono quelle dell'alba e del crepuscolo e per proteggersi da esse basta portare con sé un rametto di salice.
Il potere degli spiriti elementali dell'elemento acqua è doppio: può essere sia buono sia cattivo; tutto sta in ciò che ad esse vogliamo chiedere.






GLI SPIRITI ELEMENTALI DELL'ELEMENTO TERRA: GLI GNOMI E LE DRIADI 
Queste piccole creature, gli GNOMI, hanno delle caratteristiche differenti a quelle degli Elfi. Mentre questi ultimi hanno l'aspetto slanciato, benché siano di minima statura, gli GNOMI sono molto più piccoli e tozzi. Sono profondi conoscitori della divinazione, dei minerali, del regno sotterraneo e delle virtù delle erbe. Vivono nei boschi e nelle grotte e possono, se lo vogliono, aiutare gli uomini a trovare tesori nascosti, a scoprire miniere di pietre preziose, a coltivare con amore e successo il giardino. Se invocati ci aiutano a trasformare i progetti in realtà. 
Le Driadi sono fanciulle di grande bellezza. Indossano abiti verdi o marroni del tutto simili a quello delle foglie o del tronco dei rami degli alberi, di solito noci o querce, sui quali trascorrono una vita riservata. La vita di queste creature è legata all'albero di cui sono custodi e se l'albero muore o viene tagliato, anch'esse seguono la sua sorte. Hanno il potere di dare miraggi. 
Sovente il potere degli spiriti elementali della terra è considerato negativo e quindi è meglio evitare di evocarli o, perlomeno, di farlo con molta cautela e quando si è raggiunta l'esperienza necessaria
.




N.B. Inserisco inoltre questo pezzo del film Hellboy II - The Golden Army (2008) (suggeritami dal mio ragazzo), anche se questa scena non ha nulla di mistico o sacro, poichè è è resa molto bene lo scaturirsi spontaneo della vita da ogni goccia della linfa di questa creatura in seguito alla sua uccisione.




Note:
1. (religione) Ogni dottrina che sostiene la possibilità di raggiungere la conoscenza di Dio e dell'essenza della natura attraverso un'indagine che unisce misticismo e scienza.

martedì 30 novembre 2010

Jack Frost


Jack Frost, nel folklore inglese, è rappresentato come una creatura magica che personifica lo scricchiolio e il freddo della stagione invernale. Rappresentato spesso con in mano una tavolozza di colori, si ritiene sia responsabile della colorazione delle foglie in autunno e delle decorazioni di ghiaccio che si formano accanto alle finestre nei mesi più freddi dell'anno. Si pensa che questa rappresentazione derivi da leggende e miti del folklore germanico. 
Si trovano però correlazioni anche nella cultura russa con Father Frost ed in altre storie della tradizione anglosassone e nordica con il nome di Snow Miser, Old Man Winter o di Father Winter.


Vi scrivo di questo personaggio poichè è una figura cara della mia infanzia.
Ecco il cartone che mi ha legato a lui quando ero piccola:


Ed ecco una favola russa che parla di lui:

"C’era una volta un uomo umile e buono che aveva una dolce e bella figlia, purtroppo però il destino è assai ingiusto e per un nefasto incidente morì l’amata moglie. Quest’uomo preoccupato dal fatto di crescere da solo la figlia, senza una madre, si risposò  con una donna vanitosa ed ambiziosa e dal secondo matrimonio nacque una figlia. La seconda moglie odiava però la figliastra per la sua bellezza e le attenzioni che il padre le dava. Un giorno freddo e nevoso ordinò a suo marito di portare la figliastra in una lontana valle e di lasciarla là, egli docile e mansueto obbedì, triste. La giovane si ritrovò in una bufera di neve e scoraggiata per il fatto di non ritrovare più la strada del ritorno si accovacciò per terra piangendo, fino a quando vide arrivare un uomo tutto bianco, che sembrava fatto di ghiaccio. L’uomo dalla voce profonda e glaciale si presentò come Father Frost. La ragazza conosceva bene tutte le storie che riguardavano quell’uomo vestito di neve, ma anche se intimorita si dimostrò educata e gentile. Father Frost, riconoscente, la portò sotto un grosso abete e le regalò una cassa piena di gioielli d’oro, degli indumenti di straordinaria fattezza e la riportò sulla via di casa. Quando l’ingrata matrigna ordinò al povero padre di andare a riprendere la figliastra, ormai morta, e di seppellirla, lui mesto obbedì.

 In quel momento, il cane della famiglia iniziò ad abbaiare felice perché aveva riconosciuto da lontano la figliastra che felice stava tornando, vestita con quegli abiti incantevoli, piena di bellissimi gioielli nei capelli perfettamente acconciati. Non la riconobbe nessuno se non il cane, amico di giochi e d’infanzia della bella ragazza, e malgrado la matrigna avesse cercato di dargli una ricompensa in cibo, incredula dell’avvenuto e pronta a negare tutto, il cane, fedele, non demorse.

Quando la matrigna vide che magnifici doni la figliastra aveva riportato, ordinò al marito di portare l’altra figlia nella desolata vallata. La vicenda si ripeté pressoché uguale fino all’arrivo di Father Frost  ma questa volta la ragazza fu maleducata e sfrontata, a quel punto Father Frost, infuriato, la congelò a morte. Il marito tornò a riprenderla, come ordinato e quando la madre vide il corpo congelato della figlia inizio a piangere senza sosta, per giorni e giorni, senza darsi pace della sua crudeltà e superbia ed infine, una fredda notte morì di crepacuore. Così la famiglia composta dal docile padre e dalla figlia riuscì a recuperare la serenità persa da tempo, e vissero tutti felici e contenti."

sabato 13 novembre 2010

La Fenice: storia, miti e leggende



"Sto per morire.
Lo sento dentro la pelle
in quest'anima
assurdamente piegata.
Lacrime secche
bagnano nude prigioni
e mi attardo davanti alle fiamme.
Il dolore acceca ogni pensiero
aspettandomi.
So cosa accade:
Oggi muoio.
Oggi rinasco."


La Fenice, spesso nota anche con l'epiteto di Araba Fenice, era un uccello mitologico noto per il fatto di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Gli Egizi furono i primi a parlare del Bennu che poi nelle leggende greche divenne la Fenice. Uccello sacro favoloso, aveva l'aspetto di un'aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color d'oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d'oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe e due lunghe piume — una rosa e una azzurra — che le scivolano morbidamente oppure erette sulla sommità del capo.
Dopo aver vissuto per 500 anni, la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma.
Qui accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido. Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l'incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di rara bellezza.
Per via della cannella e della mirra che bruciano, la morte di una fenice è spesso accompagnata da un gradevole profumo. Dal cumulo di cenere emergeva poi un piccolo uovo, che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova Fenice, dopodiché la giovane e potente Fenice, sarebbe volata ad Heliopolis1 (città del Basso Egitto) per posarsi sopra l'albero sacro,
«cantando così divinamente da incantare lo stesso Ra».
Quattro piramidi in Egitto furono dedicate alla Fenice:
  • quella di Cheope, presso Giza, detta "dove il sole sorge e tramonta";
  • ad Abusir, Sahure, "splendente come lo spirito Fenice";
  • Neferikare, "dello spirito Fenice"
  • Reneferef, "divina come gli spiriti Fenice".
Una interessante spiegazione ornitologica per il mito della Fenice, è che alcuni grandi volatili sbattono le ali sul fuoco per uccidere i parassiti col fumo. La Fenice, nel suo aspetto distruttore, viene a liberare il mondo dal male — i parassiti, appunto — bruciandolo col Fuoco Spirituale.
Vi sono controparti della Fenice in praticamente tutte le culture: sumera, assira, inca, azteca, russa (l'uccello di fuoco), quella dei nativi americani (Yel), e in particolare nella mitologia cinese (Feng), indù e buddista (Garuda), giapponese (Ho-oo o Karura), ed ebraica (Milcham); guardiamo ora più in dettaglio i miti più conosciuti delle principali culture:


In Cina

«Un uccello mitologico, che non muore mai, la fenice vola lontano, avanti a noi, osservando con occhi acuti il paesaggio circostante e lo spazio distante. Rappresenta la nostra capacità visiva, di raccogliere informazioni sensorie sull'ambiente che ci circonda e sugli eventi che si dipanano al suo interno. La fenice, con la sua bellezza assoluta, crea un'incredibile esaltazione unita al sogno dell'immortalità».

I cinesi hanno un gruppo di quattro creature magiche (detti "I quattro spiritualmente-dotati") che presiedono i destini della Cina, e rappresentano le forze primordiali degli animali piumati, corazzati, pelosi e con squame. Questi quattro animali sacri sono: Bai Hu (la tigre) o Ki-Lin (l'unicorno) per l'Ovest; Gui Xian (la tartaruga o il serpente) per il Nord; Long (il drago) per l'Est; e, per il Sud, Feng (la Fenice) — detto anche Fêng-huang, Fung-hwang o Fum-hwang.
Rappresentava il potere e la prosperità, ed era un attributo esclusivo dell'imperatore e dell'imperatrice, che erano gli unici in tutta la Cina ad essere autorizzati a portare il simbolo del Feng. Era la personificazione delle forze primordiali dei Cieli, e talvolta veniva rappresentata con la testa e la cresta di fagiano e la coda di pavone.
Nel becco portava due pergamene o una scatola quadrata che conteneva i Testi Sacri, e recava iscritte nel corpo le Cinque Virtù Cardinali. Si dice inoltre che la sua canzone contenesse le cinque note della scala musicale cinese, e che la sua coda includesse i cinque colori fondamentali (blu, rosso, giallo, bianco e nero), e che il suo corpo fosse una mistura dei sei corpi celesti (la testa – il cielo; gli occhi - il sole; la schiena - la luna; le ali - il vento; i piedi - la terra e la coda - i pianeti).


In India

Nella cultura induista e buddista, la Fenice può essere ricondotta a Garuda.
Ha ali e becco d'aquila, un corpo umano, la faccia bianca, ali scarlatte e un corpo d'oro. È uno dei supremi veggenti d'infinita coscienza. Narra la leggenda indù che la madre di tutti i serpenti, Kadru, combatté con la madre di Garuda, imprigionandola. Garuda andò quindi a recuperare del Soma2, che lo rese immortale, per liberare sua madre da Kadru, colpito da ciò, lo scelse come avatar (l'incarnazione terrestre) o destriero. Comunque, Garuda mantenne un grande odio verso i Naga (la famiglia dei serpenti ), e ne ammazzava uno al giorno per pranzo. Poi però un principe buddista gli insegnò l'astinenza, e Garuda riportò in vita le ossa dei serpenti che aveva ucciso.


In Giappone

In Giappone la Fenice figura col nome di Ho-ho o Karura: è un'enorme aquila sputa fuoco dalle piume dorate e gemme magiche che ne coronano la testa, ed annuncia l'arrivo di una nuova era.


Fra gli ebrei e i cristiani

Nelle leggende ebraiche, la Fenice viene chiamata Milcham. Dopo che Eva mangiò il frutto proibito, divenne gelosa dell'immortalità e della purezza delle altre creature del Giardino dell'Eden, così convinse tutti gli animali a mangiare a loro volta il frutto proibito, affinché seguissero la sua stessa sorte. Tutti gli animali cedettero, tranne la Fenice — che Dio ricompensò ponendola in una città fortificata dove avrebbe potuto vivere in pace per 1000 anni. Alla fine di ogni periodo di 1000 anni, l'uccello bruciava e risorgeva da un uovo che veniva trovato nelle sue ceneri.
I padri della Chiesa accolsero la tradizione ebraica e fecero della fenice il simbolo della resurrezione della carne. La sua immagine ricorre frequentemente nell'iconografia delle catacombe.


Parallelismi con altre figure leggendarie

Quetzalcoatl3, dio uccello (o serpente piumato) dell'America del Nord (Messico), sovrano e portatore di civiltà, aveva il dono di morire e risorgere.
Wakonda, uccello del tuono per i Sioux, degli indiani Dakota, "grande potere superiore", fonte di potere e saggezza, divinità generosa che sostiene il mondo e illumina lo sciamano
Nella narrativa dell'antica Persia è presenta con il nome di Homa o Seemorgh.

Significato alchemico
La Fenice rappresenta spesso la fase finale del processo alchemico e gli alchimisti, in questo uccello, riposero il significato della spiritualizzazione completa, della rinascita della personalità risultato finale della Grande Opera.
Nell’Opera l’iconografia dell’uccello viene dopo quella del Pellicano non solo nel rispetto della successione delle fasi alchemiche, ma anche nel significato rispetto a quello che lo precede. Infatti la sua capacità di ricrearsi acquisisce il significato divino nei confronti di quello umano del Pellicano. Il magnifico aspetto rosso dell’uccello (‘fenice’ deriva da una parola greca che significa ‘rosso’) evoca il fuoco creatore capace di dissolvere le tenebre della notte simboleggianti la condizione della morte, del peccato, dell’anima liberata dalla natura umana che l’opprime. Il simbolo alchimistico è molto diffuso e viene spesso impiegato per raffigurare la proprietà della Pietra Filosofale capace di moltiplicare e aumentare la quantità d’oro ottenibile dalla trattazione della vile materia prima. Nel lato sinistro della tavola la Fenice è riprodotta come simbolo maschile che protegge i due elementi fuoco e aria contenuti nelle due sfere sotto le sue ali.


Nel cielo


La Fenice (abbreviazione: Phe) è anche una costellazione dell'Emisfero Sud, vicino a Tucana (il Tucano) e Sculptor. Fu così chiamata da Johann Bayer nel 1603, ed è costituita da 11 stelle. Assai curiosamente, questa costellazione è universalmente stata riconosciuta come uccello, ed è stata chiamata Grifone, Aquila, Giovane Struzzo (dagli arabi) e Uccello di Fuoco (dai cinesi).





Note:
1. Heliopolis, città dell’antico egitto, più precisamente del Basso Egitto. In essa veniva onorato il dio Sole che ogni giorno sorgeva e tramontava.
2. Soma, sostantivo maschile sanscrito che indica primariamente il succo ricavato da una pianta oggetto di offerta sacrificale (yajña) nel Vedismo; il termine viene talora usato anche per indicare la stessa pianta da cui veniva estratto il succo sacrificale.
3. Quetzalcoatl, serpente piumato, vedi post precedente.

fonte: http://www.cavernacosmica.com/la-fenice/